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Selezione Vino Collio Studio di Bianco 2011 Borgo del Tiglio


Prezzo per Unità (pezzi): € 54,50 (incluso 22 % I.V.A.)

Disponibilità

A Magazzino: 6



 





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Ecco come il produttore Nicola Manferrari descrive Studio di Bianco:
Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane.
Ascolta. Piove dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove su i pini scagliosi e irti, piove sui mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i ginepri folti di coccole aulenti, piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l’anima schiude novella, su la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione.  (...)

 Si saranno riconosciuti i bellissimi versi con cui inizia La pioggia nel pineto di Gabriele d’Annunzio. Ci si chiederà che c’entra ciò con il mio “Studio di Bianco”. Difficile argomentare “intelligente” se di mezzo c’è la poesia. Questa s’accorda meglio con la parte del cervello “irrazionale” che non per questo è meno intelligente, ma anzi, capace di sentire e quindi di godere, certamente è più saggia. E là, la grande poesia, come la vera arte, sa evocare sensazioni, far udire suoni, sentire profumi. Quando rileggo questi versi, avverto netti gli aromi della macchia mediterranea, suadenti, avvolgenti, penetranti, librarsi trasportati dalle goccioline di pioggia che, cadute leggere sulla vegetazione già arsa dal sole, hanno la magia di mutarsi in vapori pregni d’aromi. Sento le spezie e il vibrante odore resinoso dei pini “scagliosi e irti”, già piegati dal vento, che ora docili si lasciano accarezzare dall’acqua che scroscia. Ed aprendo il libro alla pagina giusta durante una qualsiasi fredda uggiosa serata d’inverno, quei versi hanno la magia di trasportarmi sul mare, su laghi, su coste piene di luce immergendomi dentro la macchia d’una pineta sul bordo dell’acqua.

E dunque ciò che d’Annunzio riesce a farci sentire rivolgendosi a quel bizzarro nome di donna con una “o” centrale piena e tonda come un sole d’un mezzogiorno estivo, è ciò che vorrei far provare a chi s’accostasse a questo vino. E facendo viaggiare le mie bottiglie per il mondo, far apparire profumi e sapori del “nostro” Mediterraneo, per regalare la gioia nell’evocare questo ambiente unico, le sue acque, le sue coste.

Proposito ardito, certo, visto che non siamo dotati dei poteri magici dei poeti. Va detto tuttavia, a nostro favore, che se le parole restano dei segni muti su d’un pezzo di carta per chi non le può intendere, il linguaggio dei profumi e dei sapori, come quello dei suoni e dei colori, è universale, comune a tutti i membri della nostra specie.

Il Lunedì dell’Angelo 1989, quando definii l’acquisto dei cinque ettari di terra del podere situato sulle pendici a Sud-Est della collinetta di Ruttars, avevo la premonizione d’avere per le mani qualcosa d’importante. Giorgio, il viticoltore che dissodò quel terreno strappandolo al bosco (racconta che per comprarsi il primo badile chiese un prestito alla Cassa di Risparmio) vi aveva piantato diverse varietà di uva bianca. Decisi che non dovevo sprecare nulla delle informazioni nascoste nelle pieghe del vigneto e vinificai separatamente tutte le uve. L’anno successivo volli verificare l’attitudine di queste a sposarsi fra loro. Mi accinsi a vinificare tanti uvaggi diversi ottenuti combinando fra loro in coppia al 50% l’uva proveniente dai diversi vitigni, vinificati con due ripetizioni, una in barrique nuova ed una in barrique usata. Alla fine dell’anno seguente, quando ripetei lo stesso lavoro, mi accorsi che i vini risultati migliori alle degustazioni ruotavano intorno ai test che contenevano il tocai il sauvignon e il riesling. Questi sono due vitigni dalle uve marcatamente aromatiche, ma i cui aromi appartengono a due famiglie chimiche molto diverse che spesso sono considerate incompatibili fra loro. Sarà forse la presenza fondamentale del tocai, forse il fatto di vinificare un sauvignon molto maturo per essere raccolto insieme agli altri più tardivi (in un vigneto che lo consente), sarà per qualche motivo che ancora ci sfugge, ed ecco avvenire che le fisionomie dei tre vitigni si stemperano, dando origine a un carattere nuovo, diverso da quelli delle uve di origine, ma deciso e assolutamente costante attraverso le annate. Il miracolo: messi da parte gli apporti delle singole uve, nel vino gli aromi e i sapori si esprimono con un carattere corale di vigneto. E compaiono le spezie, il ginepro, i profumi di resina, e mi torna preciso il ricordo del profumo del pesco con le pesche bianche mature che si mescolava con l’odore più aspro delle drupe del mandorlo sotto i quali giocavo bambino durante l’estate. Ho deciso d’andare avanti. Da allora stiamo cercando d’affinare le conoscenze necessarie per realizzare un “cru” destinato a produrre un vino bianco importante. Capire il rapporto dei tre vitigni da usare, i momenti di raccolta, le tecniche di cantina, la scelta del legno, la durata dell’affinamento in botte. E ancora indagare sulla migliore composizione genetica del nuovo impianto da realizzare. E stiamo piantando. Si tratta di qualcosa d’insolito: normalmente i grandi “cru” conosciuti sono stati scoperti, individuati come i migliori vigneti fra quelli esistenti. Noi, il nostro “cru”, lo stiamo inventando.

Per realizzare ciò ci è parso subito necessario confrontare le nostre intuizioni con un pubblico attento e curioso. Proporre le scoperte più significative, spesso diverse fra loro, all’attenzione della degustazione ed al piacere del consumo.

Di qui il bisogno di presentare un vino che è un progetto, con un nome che non sia un nome: così nasce lo Studio di Bianco.

 

 

                                                                                                        Nicola Manferrari











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